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23/09/2020
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Hamas: “Non siamo dei malvagi, sono loro che ci hanno disegnato cosi!”


AUTORE:  Mary RIZZO

Tradotto da  Curzio Bettio


In molte parti dell’Occidente, certi partiti o movimenti politici vengono trattati come se venissero dalla Luna o fossero estranei ad ogni struttura politica. La loro esistenza fra la gente è sempre qualificata come negativa, transitoria, come un qualcosa creato in una sala-mensa o in un retrobottega, proposto ad un pubblico ingenuo, incapace di distinguere un vero programma politico da un discorso vacuo e semplicistico.

Questi partiti o movimenti sono dipinti come se si rivolgessero solo ai marginali della società, che non hanno diritto di cittadinanza in qualsiasi struttura democratica “normale”, e quindi sono gruppi sgangherati che rappresentano una minoranza del corpo elettorale. Data la loro natura avversa ai partiti pre-esistenti, viene imposta loro un’etichetta che servirà a tenerli isolati dalle strutture già operative. Tutto questo serve per distruggere il partito o il movimento mediante un lavoro di propaganda, piuttosto che analizzare la realtà.  

Intorno al movimento di resistenza palestinese di Hamas (che si è trasformato in un partito) è  stata costruita una intera mitologia. Questo costrutto ha effettivamente assunto, come autentica interpretazione di Hamas, più legittimità che i fatti stessi.

Nella maggioranza dei media occidentali, non importa se di destra o di sinistra, e in alcuni dei media “moderati” nei paesi arabi, il nome di questo partito è accompagnato da termini come “fondamentalista”, “radicale” o “terrorista”.

È evidente che questo serve a creare un “innesco della paura”, che impedirà all’informazione di essere valutata in modo critico ed onesto. Il lettore o l’ascoltatore identificherà immediatamente Hamas con una connotazione negativa e così viene estraniato dalla responsabilità di comprendere che questa è una manipolazione della realtà. Ci si aspetta che l’utente accetti le affermazioni che Hamas è “anti-democratico” e “fanatico”. Allora, diventa un gioco da ragazzi convincerlo che Hamas è il Male, che rappresenta il Nemico di tutto ciò che Noi rappresentiamo (a parer nostro, la tolleranza, la democrazia, il Bene stesso).

È possibile allora estendere questa lettura alla conclusione, che contro Hamas deve essere promossa una qualche azione, visto che costituisce un “cancro che deve essere estirpato”, come si è espressa la pacifista istituzionale Noah.

Come viene sradicato un cancro, dopo che è stato diagnosticato? Per estirpazione o bombardamento. Nel corso del trattamento di un tumore, vengono “bombardate” con agenti tossici discrete parti sane del corpo, in attesa di vedere se dopo la battaglia vi sono sufficienti parti sane restanti per permettere all’organismo di continuare ad esistere.

Una volta che si è inculcato nella mente di milioni di persone l’idea che la distruzione è un bene, dato che il nemico è tanto nocivo e malvagio se gli viene concesso di esistere, il rischio di condurre alla tomba l’intero organismo per drammatica debilitazione viene assunto come un rischio accettabile da correre. Questo è un modo per giustificare ai loro occhi azioni che non possono essere viste come terapeutiche, ma sono invece orrore puro e malvagità.   

Come si è ottenuto che il mondo sia stato così ingannato da permettere ad Israele di distruggere Gaza  per “sbarazzarsi di Hamas”? È stato abbastanza semplice e la risposta è sempre la stessa: Israele e i suoi alleati mantengono le persone nella disinformazione.

Coloro che realmente andranno a frugare solo un poco sotto i titoli di testa sguaiati dei giornali potranno scoprire alcuni fatti ben nascosti che contraddiranno quello che viene messo in giro, ma non saranno tante persone ad andare così lontano, dato che la gente è esposta a informazioni con elementi di verità profondamente sepolti al loro interno.

Non fosse questo sufficientemente problematico, anche i “progressisti” hanno reso meritori servizi per presentare Hamas come un paria intoccabile. Potrebbero accettare Hamas come un “movimento di resistenza”, ma non consentiranno per il loro personale pregiudizio ideologico di considerare Hamas come una forza progressista per l’avanzamento del suo stesso popolo. 

Questo può avvenire per convinzione, convenienza, perfino assenza di indagine o un punto di vista cieco che non permette variazioni sul tema della lotta di classe, dove tutto è “internazionale” e lo stesso tipo di regole ed ideali dovrebbero essere considerati applicabili e necessari per tutti, a tal punto in qualche caso da arrivare ad “importare la democrazia” sotto forme più o meno aggressive.    Queste persone, molte delle quali sono armate di buone intenzioni, hanno masticato, ingoiato e risputato non poche delle palesi menzogne e distorsioni che fanno parte della mitologia creata dagli oppositori di Hamas, soprattutto in Israele e in Occidente.  

Quali sono i componenti di questa mitologia?

1) Hamas è stato creato dal Mossad israeliano.

2) Hamas rappresenta una parte marginale dei palestinesi.

3) Hamas è diventato sufficientemente democratico solo per ottenere una qualche legittimazione per assumere il controllo dei Territori Palestinesi e trasformarli poi in uno Stato Islamico. 

4) La vittoria di Hamas nelle elezioni non è stato altro che un voto di protesta contro la corruzione di Fatah.

5) Hamas è costituito da un branco di illetterati e i suoi elettori vengono imbrogliati per pura ignoranza.

6) Hamas è un gruppo fondamentalista e quindi privo di flessibilità ed incapace di una qualche modificazione o evoluzione. Spesso, contro Hamas, viene citata la sua Carta Costitutiva per mettere in rilievo come Hamas costituisca semplicemente un gruppo radicale, che mira alla distruzione, pronto alla Guerra Santa.

7) Hamas non cerca alcuna forma di compromesso con gli altri partiti o fazioni Palestinesi, e quindi rappresenta l’elemento di divisione che impedisce l’unità del popolo. 

8 ) Hamas opera per indottrinare la sua gente con una propaganda di odio, in modo da utilizzarla poi come carne da cannone.

9) Hamas è un gruppo terrorista che esiste solo grazie ai finanziamenti che riceve da parte dei “regimi fondamentalisti”.  

Che Hamas sia un puro e semplice movimento di resistenza è stato assolutamente confutato dalle elezioni, ma si continua a considerarlo come il rifugio dove attivisti possono riunirsi, cercando di convincere se stessi di essere in grado di tollerare Hamas, mentre sono desiderosi di un suo rapido crollo.

Allora, Hamas non viene considerato possedere un vero patrimonio di idee come partito politico, comparabile ai partiti delle “nazioni democratiche” della “comunità internazionale”, e quindi le analisi a suo riguardo si fermano a livelli elementari, rendendolo soggetto delle più affrettate generalizzazioni.

Io chiedo ai miei lettori di benevolmente perdonare l’uso delle virgolette, ma queste rendono le parole ironiche e dense di autentico significato, quando vengono applicate agli argomenti indicati dagli esperti in pubbliche relazioni, che hanno il compito di eseguire gli ordini dei poteri egemonici.    Come è possibile che una minoranza di una manciata di nazioni, che sempre si oppone alla volontà del resto della comunità mondiale all’ONU, possa essere considerata come la “comunità internazionale”? Questo è solo un “club molto esclusivo”, che esclude praticamente tutti gli altri. Come è possibile che un paese che fa assumere il potere al candidato che ottiene il minor numero di voti possa essere definito “democrazia”?   

Solo quando cominciamo a porci domande sulle nostre stesse basi concettuali, allora noi possiamo discernere che esiste molta convenienza nel presentare qualsiasi oppositore come nemico ed estraneo ai paradigmi che noi consideriamo centro delle nostre aspettative, di come instaurare un mondo giusto e conforme alle regole di equità.

 

È giunto il momento di smontare alcuni di questi miti con dati di fatto.   

1) Hamas non è stato creato dal Mossad.

Quantunque Israele ami attribuirsi il merito di molte cose, in questo caso questo non succede. L’Islam politico in Palestina è sempre stato presente, fin dai primi anni Quaranta del secolo scorso, durante il Mandato Britannico sulla Palestina, e Hamas era nato facente parte dei Fratelli Musulmani (Ikhwan), con molti dei suoi primi dirigenti ufficialmente affiliati.

È stata l’esperienza come rifugiati che ha convertito Hamas in una organizzazione più autonoma con una particolare base nazionalista, il naturale risultato dell’insostenibile situazione umanitaria dello sradicamento come profughi e della perdita dell’identità culturale e nazionale. 

Vi sono state relazioni strette di questo gruppo con il gruppo di base in Egitto, e i primi uffici dell’ Ikhwan in Palestina si insediarono a Gaza nel 1945, sotto la direzione di un membro di una delle più importanti famiglie della zona, lo Sceicco Zafer al Shawwa.

Durante la prima guerra Arabo-Israeliana, le truppe Arabe furono rinforzate da volontari Islamisti, provenienti principalmente dalla Giordania e dalla Siria, e questo appoggio dimostrò ai rifugiati in esilio che Ikhwan, i Fratelli Musulmani, avevano il coraggio di difendere se stessi, anche durante la “Guerra Israeliana di Indipendenza”.

Il crescente numero di rifugiati procurò una più forte identità e determinazione al movimento Islamista in Palestina.

Perciò, nella società  civile, e nella popolazione Palestinese in generale, non erano necessarie motivazioni provenienti da altre fonti per aderire all’impegno: “Prometto di essere un buon Musulmano in difesa dell’Islam e della terra persa di Palestina. Prometto di dare buon esempio alla comunità e a tutti gli altri.” Queste erano le parole pronunciate da coloro che giuravano lealtà alla Ikhwan in Palestina (fonte: Beverly Milton Edwards, “Islamic Politics in Palestine”, p. 43).

La Ikhwan locale aveva un suo programma, la difesa della terra perduta. Questo non richiedeva fanatismo, influenze dall’esterno e nemmeno propaganda. I profughi stessi erano la prova vivente degli orrori della deportazione e della sofferenza. L’identificazione come parte di un movimento internazionale fu concomitante con il riconoscimento della particolarità dell’esperienza palestinese. La fondazione ufficiale di Hamas, databile al 9 dicembre 1987, era solo la fase culminante di un’organizzazione che operava da decenni. 

La resistenza Islamica organizzata venne ancora utilizzata quando la situazione precipitò drammaticamente nel 1967 e nasceva una nuova generazione di rifugiati. Per questa generazione, un ritorno all’Islam veniva considerato come una necessità per il futuro morale e politico di un popolo che stava venendo letteralmente distrutto.

La causa della Nakba è stata vista da molti come il risultato del distanziamento da una società normale, quella palestinese, in cui i valori etici, religiosi, culturali e tradizionali erano stati devastati dall’occupazione, e la discesa ancor più nella degradazione, nella povertà, nel disaffrancamento e nella instabilità sociale era considerata non solo come risultato dell’occupazione, ma anche causa dell’occupazione.

La “comunità internazionale” non manifestava l’intenzione di giungere alla liberazione di questo popolo, il resto della Ummah [N.d.T.: Comunità dei fedeli] non si faceva coinvolgere nella sua lotta nazionale, soprattutto perché non direttamente interessata o perché riceveva proibizioni a farsi coinvolgere.

In quel momento, il dolore estremo e la disgrazia per la perdita di quella terra erano un elemento nuovo in quella regione, dove la precedente colonizzazione aveva evitato l’espulsione degli abitanti autoctoni, e l’espulsione degli usurpatori non veniva complicata con la perdita totale di radici e di basi.

Quindi, le fondamenta della dimensione formale di Hamas erano presenti da decenni prima della sua nascita ufficiale. 

Allo scopo di essere operativi, pur sotto un’occupazione oppressiva, questi gruppi organizzati esistenti hanno messo in piedi per il loro popolo organizzazioni benefiche e caritatevoli. Queste istituzioni sono state tollerate da Israele nei Territori Occupati. Israele permetteva alcuni spazi operativi mediante concessione di autorizzazioni.

Come affermava il Generale Yitzhak Sager in un’intervista all’International Herald Tribune nel 1981, il governo di Israele “…consegnava denaro che il governatore militare destinava alle moschee […] le somme venivano destinate sia alle moschee che alle scuole religiose, allo scopo di rinforzare una causa che avrebbe contrastato quella della Sinistra, che era favorevole all’OLP.” 

Se vi era qualche motivo per cui Israele si impegnava, questo senza dubbio era del tipo “divide et impera”, un pizzico di tolleranza, un pizzico di sostegno economico alle varie associazioni religiose in modo da vedere se risultasse possibile lo sviluppo di un’opposizione ai nazionalisti dell’OLP.

In effetti questa era la solo maniera per cercare di indebolire l’OLP, che stava conseguendo appoggi in Occidente; comunque gli Israeliani non finanziarono, non fornirono rilevanti contributi o in alcun modo influenzarono un movimento, che avrebbero potuto in qualsiasi modo infiltrare e controllare.

Questa è pura mitologia. Perché dare credito ad Israele, quando non gli è proprio dovuto?  

2) Hamas rappresenta solo una parte marginale dei palestinesi: questo è un altro mito da smontare.

Senza dubbio, è certo che non tutti i palestinesi sono rifugiati, e anche è vero che di fatto tutti i dirigenti di Hamas sono nati in esilio o in qualche momento hanno dovuto subire l’esperienza dell’espulsione e la perdita delle loro case e dei loro averi. Questa è un’esperienza corale dei palestinesi, ed è certo che anche coloro (pochi) che non sono stati sradicati si identificano con la perdita della loro identità culturale e nazionale, e tutti insieme sanno che le loro aspirazioni nazionali e la coesione come collettivo sono state distrutte da Israele.

Allora, anche un movimento o partito che poggia la propria identità sui campi profughi e in esilio o sulle radici religiose, è riconosciuto come un intrinseco, legittimo e naturale rappresentante dai palestinesi tutti. Hamas ha ottenuto la maggioranza dei voti perfino nelle zone della West Bank di Cisgiordania, mai considerate roccaforti di Hamas, ed è stato votato anche in molte zone cristiane.  

3) Il mito che Hamas abbia virato “in modo sufficientemente democratico” solo per mettere i piedi sulla porta d’ingresso come primo passo per imporre con la forza uno Stato Islamico sull’intera Palestina è abbastanza diffuso, specialmente nei circoli progressisti che non riconoscono il carattere popolare del movimento, o che hanno un pregiudizio ideologico contro qualsiasi movimento religioso. 

Molto si può dire in favore della separazione fra chiesa e stato, ma naturalmente questo è qualcosa che non può essere imposto da lontano, e in più, esistono diversi livelli di separazione da prendere in considerazione.

Coloro che sottoscrivono l’assunto che “Hamas sta guadagnando tempo prima di introdurre la Sharia” tendono a negare che la democrazia ha determinate caratteristiche, e non necessariamente è sinonimo di “secolarismo”. Quando il concetto “democrazia” viene applicato correttamente, tutto questo ha determinate caratteristiche, alle quali Hamas corrisponde.

Hamas ha il consenso popolare. Possiede una struttura interna che è autonoma e riconosciuta come legittima dal suo elettorato. Segue le norme elettorali, rispondendo alle esigenze normative per la partecipazione. Una volta eletto, assume il suo ruolo nell’ambito del sistema esistente, senza mettere in atto rovesciamenti di sistema o colpi di stato contro le strutture di governo.

Hamas è un movimento politico con diverse correnti al suo interno (alcune di queste armate, comunque questo vale per molte parti politiche nelle zone sotto occupazione, Fatah inclusa), con una storia ed una organizzazione. 

All’interno del suo elettorato, inclusi quelli che sono prigionieri politici, si svolge un ampio dibattito prima di assumere decisioni, e la maggioranza decide le azioni da intraprendere. Se esiste una qualche differenza fra Hamas e i partiti familiari agli Occidentali, questa risiede nel fatto che i dirigenti di Hamas a più alto livello generalmente non assumono mai funzioni di governo. Questo è comprensibile per un partito in cui un grande numero di dirigenti sono sistematicamente assassinati da Israele.

Che l’attuale direttore della linea politica di Hamas, Khaled Meshaal, sia costretto a vivere in esilio dopo essere stato vittima di un tentato omicidio la dice lunga rispetto a questa situazione anomala, più di mille parole.  

flags suhaib salem


4) Che la vittoria di Hamas nelle elezioni per il Consiglio Legislativo sia stato nulla più che un voto di protesta (un’altra teoria coccolata dalla sinistra) è stato brillantemente illustrato come falso da Paola Caridi nel suo libro veramente valido (malgrado il sottotitolo a sensazione) “Hamas, quello che è, e quello che vuole il Movimento Radicale Palestinese”, pubblicato dalla casa editrice Feltrinelli, e per il momento disponibile solo in Italia.

Io sto traducendo qualche paragrafo che tratta di questo argomento:

“Esiste una precisa ragione politica per cui la maggioranza dei palestinesi ha votato per Hamas. È una ragione che si rapporta alla decisione presa ufficialmente dal movimento Islamista il 23 gennaio 2005 (nota della traduttrice: un anno prima delle elezioni Legislative): una tregua unilaterale, concordata assieme alla Jihad Islamica (che in diverse occasioni non l’ha rispettata), che aveva mutato le parole in fatti; che avrebbe avuto termine la stagione degli attacchi terroristici condotti da Hamas all’interno di Israele, delimitato dai confini individuati dall’armistizio del 1949, in altre parole Israele all’interno della Linea Verde.

La fine degli attacchi suicidi contro le città israeliane, in buona sostanza ponendo termine all’Intifada secondo l’opzione partecipativa (di Hamas), è stata interpretata dalla popolazione palestinese come una precisa proposta politica: un’alternativa a coloro che avevano esercitato il governo e il controllo fino a quel momento, imponendo la loro egemonia. Una proposta che poneva allo stesso tempo de facto nuovi limiti alla strategia resistenziale di Hamas.

Quindi, il movimento Islamista non è stato scelto solo per protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah, un partito spesso confuso con l’Autorità Palestinese (AP). Corruzione, clientelismo ed inefficienza sono stati messi in relazione, almeno da un punto di vista temporale, con il fallimento degli Accordi di Oslo e i “fatti concreti sul campo” realizzati dagli Israeliani.

La gente di Hamas è stata considerata gente seria, che non ha arricchito se stessa a spese della popolazione, e di fatto ha continuato a vivere in quartieri normali e nei campi profughi.” (Caridi, p. 171). 

5) Una diffamazione estremamente offensiva, spesso ripetuta, divulga che i sostenitori di Hamas e i suoi dirigenti sono un “branco di illetterati” o di “fanatici religiosi”. 

Quasi tutti i dirigenti di Hamas sono (o erano, dato il numero di ammazzamenti all’interno dei loro ranghi, il tempo passato è di rigore) in possesso di titoli universitari in settori che spaziano dalle scienze mediche alla giurisprudenza, dalle scienze economiche alla teologia; questo testimonia come questa campagna di diffamazione consista semplicemente nel gettare fango su di loro e nel raffigurali come lettori di soli testi religiosi, e quindi “sottosviluppati” se raffrontati ad altri movimenti. L’istruzione è sempre stata uno dei pilastri di Hamas e del suo operare caritatevole. Il popolo palestinese non ha bisogno di essere informato su questo, per esso questo è un dato di fatto, mentre in molti casi, senza questa istituzione, in questa zona i palestinesi sarebbero abbandonati all’indigenza.   

6) La mancanza di flessibilità di Hamas è un altro mito, specialmente tirato in ballo quando si parla della sua Carta Costitutiva del 1988 (Mithaq).

Lo Sceicco Hamed Bitauri, “autorità religiosa di Nablus, Presidente dell’Unione degli Ulemas palestinesi, noto per le sue posizioni radicali, non ha avuto problemi nel ribadire che ‘la Carta non è il Corano. È sempre possibile cambiarla. È solo la sintesi delle posizioni del movimento Islamista in rapporto con le altre correnti, e della sua politica.’

Aziz Dweik, fondatore del Dipartimento di Geografia dell’Università di Nablus, in seguito divenuto portavoce del Parlamento palestinese dopo le elezioni del 2006, ed imprigionato nelle carceri di Israele dall’estate di quell’anno, andò perfino oltre, dichiarando a Khalid Amayreh, giornalista palestinese sensibile alle posizione Islamiste, la necessità politica e pragmatica di prendere le distanze dalla Mithaq del 1988, asserendo inoltre che ‘Hamas non dovrebbe rimanere ostaggio di retorici slogans del passato come quello della ‘distruzione di Israele’” (Khalid Amayreh, Hamas Debates the Future: Palestine’s Islamic Resistance Movement Attempts to Reconcile Ideological Purity and Political Realism – Hamas discute sul futuro: il movimento di resistenza Islamico Palestinese cerca di conciliare la purezza ideologica con il realismo politico, in “Conflicts Forum”, Nov. 2007, p.4) (Caridi p. 90).

Haniyeh si è espresso in molte occasioni asserendo che la Carta è stata superata sostanzialmente da altri documenti ufficiali, il più importante dei quali, il Programma Elettorale della Riforma e la Lista dei Cambiamenti (la lista che Hamas ha presentato per la sua candidatura), è strutturato come un documento che va ben oltre alle necessità di una contingente campagna politica, come dichiarato dal leader di Hamas, ed indica a chiare lettere la politica del movimento.

Questa non era stata mai documentata per scritto nel fervore rivoluzionario dell’Intifada, e tutto ciò riflette l’evoluzione del partito. Le variazioni presenti non sono tanto ideologiche, quanto di natura strategica e politica. Queste posizioni sono state reiterate così tante volte in interviste e in interventi pubblici che sembra incredibile che il quadro complessivo e la maturità di Hamas non debbano oramai essere evidenti a tutti.

Chiaramente, i dirigenti di Hamas sono votati alla liberazione della Palestina, ma stanno tentando di acquisirla attraverso la riaffermazione dei diritti del popolo, rendendosi ben conto che come partito Hamas non ha la dotazione necessaria per rovesciare realisticamente l’occupazione, o di distruggere quello che riconosce come una realtà.  

Molti di noi che hanno seguito gli eventi in Medio Oriente confidano che gli uomini di Hamas non si abbandonino al pragmatismo così tanto da riconoscere Israele non solo come realtà, ma come uno “Stato Ebraico”; comunque noi dobbiamo stare a vedere e valutare i fatti. 

Sarà il popolo di Palestina a vigilare su quali diritti è costretto a rinunciare, se succederà, e molti di noi pensano che, messi con le spalle al muro, quelli di Hamas non capitoleranno, e non perderanno quello che sanno essere loro, per ragioni di opportunismo politico.

Hamas è ben consapevole di questo fatto.        

7) Hamas ha presentato al suo interno molte meno divisioni che il suo principale oppositore politico, Fatah.

Il “golpe” di Gaza, che tanto ha sconvolto e rattristato il mondo, è stato in effetti una misura preventiva per frustrare la presa del potere progettata dalle forze di Fatah fedeli a Dahlan (in collaborazione con Israele).

Che Hamas sia stato il partito che ha conseguito la vittoria per mandato del suo popolo, questo non è stato mai riconosciuto dalla “comunità internazionale”, nonostante fossero state esercitate pressioni per elezioni e si insistesse che ciò era indispensabile per i palestinesi, in quanto avrebbe significato che la resistenza aveva conseguito legittimazione e contenuti politici all’interno di una struttura di governo; il rifiuto di negoziati in posizione subalterna ad Israele, che era la politica di Fatah, è stato ufficialmente sanzionato dalla popolazione, e sarebbe stata solo questione di tempo prima che il programma di subalternità si trasformasse in politica. Allora, ciò che avrebbe costituito il vero “golpe” sarebbero state le mosse delle “Forze di Sicurezza” di Fatah per impadronirsi di Gaza!

E retrospettivamente considerando gli avvenimenti, conditi da tanta disinformazione, il tragico bagno di sangue fra palestinesi ha impedito realmente la distruzione della democrazia che sarebbe avvenuta se a Dahlan ne fosse stata data l’opportunità.

Hamas ha cercato di collaborare, ancora e ancora, con il partito di opposizione, e questo costituiva un qualcosa che non veniva tollerato dai leader di questo partito, nella vana speranza che il loro vantaggio economico e il nulla osta politico ricevuto dai “membri del club esclusivo” avrebbero permesso loro di esercitare il potere, anche in assenza del mandato popolare a farlo.  

8 ) Non è necessario far uso di propaganda per dimostrare ai Palestinesi dei Territori Occupati o in esilio, e anche ai molti all’interno di Israele, la distruzione in atto della civiltà e del popolo palestinese.

Embarghi, bombardamenti, assassini, guerra, umiliazioni ai checkpoint, restrizioni, separazioni di famiglie, imprigionamenti ed abusi ulteriori non sono incidenti isolati, ma costituiscono il pane e l’acqua quotidiani dell’esistenza dei palestinesi.

Nessuno sente la necessità  di inventarsi una collera furibonda contro un nemico fantasmatico. Ma esiste un nemico reale, che sta facendo subire alla gente di tutte le età e condizioni umiliazioni, deprivazioni e morte.

Rappresentare un uomo in costume da ratto, per insistere che i bambini sono indottrinati nell’odio, può essere ben accolto dalle masse disinformate, ma uno squarcio fugace sulla realtà rende l’aspetto di Farfur [N.d.T.: il “Topolino” palestinese] la più dolce maniera per un bambino di assimilare e tollerare come lui, o lei, sia un prigioniero destinato per la vita a soffrire nel modo più atroce, per essere nato creatura inferiore agli occhi degli oppressori.     

9) La peggior calunnia nei confronti del gruppo di Hamas è di mantenerlo come simbolo del male, come un gruppo terroristico, finanziato dagli “Stati canaglia dell’asse del male”.  Tenendo ben presente che i loro finanziamenti sono abissalmente inferiori al gigantesco pacchetto di “aiuti militari” ed economici fornito ad Israele dall’America, Canada e da tante altre nazioni della “comunità internazionale” per vie ufficiali, perché la richiesta di finanziamenti dall’estero dovrebbe essere considerata come inaccettabile, quando questa semplicemente è la maniera per cui Israele si tiene a galla tramite miliardi di dollari all’anno, pagati puntualmente, e sa solo il Cielo che arrivano altri finanziamenti tramite le migliaia di “istituzioni benefiche”, che in realtà sono poco più che facciate dell’immigrazione di massa verso Israele, per limitare la crescita demografica araba? 

Se il Sionismo e le sue istituzioni benefiche vengono considerati legittimi e nobili, perché invece quelle islamiche vengono messe sulle liste nere e i donatori trattati come se stessero finanziando il terrorismo? Qui, vi è un duplice standard di trattamento!

Che Hamas abbia rigettato le operazioni terroristiche contro i civili e abbia fatto del suo meglio perché ciò avvenga, in funzione dell’acquisizione di un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita del suo popolo, è un fatto comprovato, avvalorato niente meno che dal USA Congressional Research Service (Servizio Ricerche del Congresso USA), un Centro Studi che fondamentalmente presenta le sue analisi conservatrici e filo-israeliane al Congresso, perché vengano convertite in politica.

Infatti, nel documento coordinato da Jim Zanotti, a http://www.fas.org/sgp/crs/mideast/R40101.pdf , Israel and Hamas, Conflict in Gaza (2008-2009), noi vediamo che la “ragione” addotta per l’aggressione a Gaza per “depurarla da Hamas”, i razzi sparati contro il territorio di Israele, non era null’altro che una scusa che l’Occidente si era bevuta “con gusto”, come fosse succo di ciliegia. 

Si ammetteva che i razzi, estremamente rudimentali, NON erano stati lanciati da Hamas, e non solo questo, Hamas veniva valutata aver avuto l’intenzione ed essere stata in grado di sopprimere gli attacchi.   

È significativo che le prime vittime degli attacchi di Israele a Gaza sono state le forze regolari di polizia, addestrate, forse, anche a questo scopo. 

Zanotti scrive:

“Durante i primi cinque mesi, il cessate-il-fuoco teneva relativamente bene. Pochi razzi venivano sparati contro Israele, ma molti venivano attribuiti a gruppi di militanti non appartenenti ad Hamas, e, progressivamente, Hamas appariva sempre più in grado e intenzionato a sopprimere anche questi attacchi. Non si registravano morti di israeliani (anche se vi erano feriti e danni alle proprietà), ed Israele si tratteneva dalle rappresaglie.

Tuttavia, entrambe le parti in campo ritenevano che fosse l’altra a violare i termini del cessate-il-fuoco non scritto. Hamas esigeva – inutilmente – che Israele sollevasse il suo embargo economico contro Gaza, mentre Israele domandava – parimenti senza esito – la completa cessazione del lancio dei razzi e un avanzamento nelle trattative per il rilascio del caporale Israeliano Gilad Shalit, prigioniero di Hamas.

Israele adduceva lo sporadico lancio di razzi come giustificazione per tenere chiusi i valichi di frontiera e il porto marittimo di Gaza quasi a tutto, fatta eccezione alle forniture umanitarie essenziali.

Hamas, altri leader arabi ed alcune organizzazioni internazionali e non-governative impegnate nel portare aiuti ai civili di Gaza protestavano perché Israele non stava rispettando le sue promesse secondo l’accordo non scritto di tregua.”

Non bastasse questo, l’autore, che certamente non presenta alcuna simpatia per Hamas, fa considerazioni sulle conseguenze della guerra, quando anche Israele ammette che Hamas non era responsabile per il lancio dei razzi:

“Dal cessate-il-fuoco unilaterale da parte di Israele iniziato il 18 gennaio 2009, vi sono stati sporadicamente circa 40 lanci di razzi contro la parte meridionale di Israele, in numero ben minore di quello che capitava di media ogni giorno prima dell’Operazione Piombo Fuso.

Per giunta, ufficiali israeliani ritenevano che gruppi militanti minori, come la Jihad Islamica palestinese e le Brigate dei Martiri di Al Aqsa, e non Hamas, fossero i responsabili dei lanci dei razzi durante il cessate-il-fuoco, (sebbene sia possibile che Hamas permettesse o accettasse questi attacchi, mentre teneva un atteggiamento negativo in merito).”

Allora, Israele ha usato la scusa dei lanci di razzi imputabili ad Hamas per giustificare l’eliminazione di Hamas (tramite la distruzione globale di Gaza!) attraverso quelle che sono state definite “operazioni militari”, ma che il resto dell’umanità riconosce come una guerra, mentre gli israeliani erano ben consapevoli che Hamas non era né il responsabile né il facilitatore del lancio dei razzi; ogni tipo di scusa da loro estratta dal cappello magico per giustificare le loro azioni dovrebbe trovarci completamente sordi.

Le lamentele sul contrabbando di armi attraverso tunnel del tutto rudimentali dovrebbero puzzare terribilmente, quando andiamo a vedere gli Stanziamenti di Bilancio della Difesa per i Programmi di Difesa Missilistica USA-Israele in quello stesso Rapporto indirizzato al Congresso. Vengono descritti in modo sommario l’Iron Dome, il David’s Sling ed altri “aiuti militari”, che costano al popolo americano miliardi di dollari.

Per ogni cinque inefficienti missili fatti in casa e contrabbandati attraverso un tunnel, gli USA trasportano in volo a pieno carico armi e casse di denaro contante da spendere da parte di Israele per le sue “necessità” militari. Per di più, ecco che i due pesi e le due misure sono la causa dello spargimento di sangue innocente in violazione del diritto internazionale, a spese del vostro denaro di contribuenti da voi guadagnato con sacrifici.

Ancora, dal rapporto indirizzato al Congresso:

“Nelle sue operazioni contro Gaza, Israele può avere usato programmi, armamenti e munizionamento acquisiti dagli Stati Uniti, inclusi, da quanto viene riferito, aerei da combattimento F-15 e F-16, elicotteri Apache e, sempre secondo articoli di stampa israeliani, bombe teleguidate di piccolo calibro GBU-39, di cui il 110.esimo Congresso ha approvato la vendita in seguito alla notifica del settembre 2008. “

In aggiunta, tutte le tregue unilaterali fra Israele ed Hamas (annunciate da Hamas, mai da Israele) sono state rotte ogni volta da Israele. In molti casi, compiendo incursioni all’interno dei Territori Occupati, incursioni proibite dal diritto, che prevede che le popolazioni civili sotto occupazione (anche se i “coloni” se ne sono andati, Gaza è tenuta sotto assedio da Israele)  devono essere rispettate, non aggredite dall’occupante.

Israele, usando armi e velivoli forniti per le buone grazie del popolo degli Stati Uniti, ha bombardato strade e posti pubblici dove i loro obiettivi (uomini politici e religiosi che Israele individua come “militanti”, se non peggio) venivano localizzati, uccidendo in modo indiscriminato tutti coloro che stavano nei pressi, bambini compresi. Se questo non è terrorismo, questo termine non significa più nulla!   

Questi sono solo alcuni dei miti in circolazione. Rappresentano solo una parte delle menzogne, della disinformazione e della propaganda (hasbara) messe in circolo nei confronti di uno dei più importanti partiti palestinesi, sostenuto dall’interno, che si evolve come tutti i partiti, dal basso e legittimato da elezioni oneste e legali.

Smontare queste menzogne è  un dovere. Non è necessario essere d’accordo con l’intero programma di Hamas, ma si è obbligati a riconoscere che Hamas è totalmente differente dall’immagine che gli è stata cucita addosso a forza.

Quello che si domandava Jessica Rabbit nel film, “Chi ha incastrato Roger Rabbit?” potrebbe molto bene essere applicato ad Hamas: “Noi non siamo dei malvagi, sono loro che ci hanno disegnati cosi!” 



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La Prima guerra mondiale delle parole è un'iniziativa di Palestine Think Tank e Tlaxcala.

Gli autori che desiderano parteciparvi possono inviare i loro contributi a
contact@palestinethinktank.com e a tlaxcala@tlaxcala.es.



Originale: HAMAS: They’re not bad, they’re just drawn that way  

Articolo originale pubblicato il 19/10/2009

L’autore

Curzio Bettio e Mary Rizzo sono membri di Tlaxcala, la rete internazionale di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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