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17/04/2021
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Venti di guerra civile in Bolivia: tracce per orientarsi in un conflitto su quattro fronti


AUTORE:  Raquel GUTIÉRREZ AGUILAR

Tradotto da  Manuela Vittorelli


Durante la prima metà di settembre le regioni del nord, est e sud della Bolivia hanno vissuto nel caos. Se ora l'uragano di violenza, confusione e morte scatenatosi sulle regioni “autonome” sembra essersi placato e il governo centrale e i prefetti dei dipartimenti separatisti hanno avviato una difficile negoziazione con l'intervento di mediatori e osservatori nazionali e stranieri – compresi i rappresentanti di diverse chiese presenti in Bolivia e funzionari dell'OEA – le tensioni interne non sono cessate.


Come solitamente succede nei conflitti interni scoppiati di recente in vari paesi, la comprensione dei fatti è resa molto difficile dall'accumularsi di dispute vecchie e nuove che si intrecciano e producono scenari inediti. Il senso di queste pagine è quello di raccontare schematicamente gli ultimi fatti che sono giunti al culmine con il massacro di El Porvenir, nel Pando, presentando simultaneamente elementi utili a identificare le diverse componenti del conflitto.

   I fatti

Ecco i fatti principali che possono aiutarci a contestualizzare quello che succede oggi in Bolivia:
1. Dopo il referendum del 10 agosto i dirigenti civici hanno lanciato una nuova offensiva politica volta a controbilanciare la schiacciante vittoria elettorale del governo di Evo.
2. Dopo un lungo momento di paralisi, il 28 agosto il governo ha lanciato il proprio progetto di referendum per l'approvazione della Costituzione e l'elezione dei sotto-prefetti.
3. A questo hanno risposto con aggressività ancora maggiore i dirigenti regionali organizzati nel CONALDE. Il governo del MAS ha reagito con l'espulsione dell'ambasciatore degli Stati Uniti Philip Goldberg.
4. Diverse organizzazioni sociali, soprattutto a est, a Chuquisaca e Tarija, hanno reagito e progressivamente stabilito nuclei di resistenza, di deliberazione e decisione locale sul modo migliore per far fronte all'assalto delle élite.
5. I “civici” di Pando e il prefetto Fernandez, con le mafie di questo dipartimento che confina con il Brasile e il Perù, hanno letteralmente “sorpassato a destra” il CONALDE e hanno perpetrato il massacro dell'11 settembre El Porvenir.
6. Le forze armate, o parte di esse, hanno reagito a loro volta e si sono allineate con le posizioni del governo: hanno appoggiato lo stato d'assedio dichiarato nel dipartimento e hanno preso in mano la situazione riprendendo il controllo della prefettura e delle istituzioni occupate e arrestando il prefetto assassino.
7. Gli altri comitati civici si sono riorganizzati e hanno lanciato immediatamente una schizofrenica campagna di contro-informazione secondo cui “i morti di Pando sono morti di Evo” [1]. Si è acuita la tensione sociale.
8. Si è aperto un negoziato difficile che continua ancora oggi, dopo il sostegno giunto al governo di Evo Morales da tutti i paesi vicini, in particolare il Brasile. Si è stabilita una sorta di tregua e il conflitto si è incanalato in percorsi istituzionali [2].




Giorni di scontri e di morte

Venerdì 5 settembre, alla fine della prima settimana successiva al “pacchetto di decreti” pensato dal governo di Evo Morales come via politica per – secondo le sue stesse parole – “ continuare ad avanzare nel processo di cambiamento [3]”, si è assistito a questo: le sedi delle “rappresentanze presidenziali” sono state attaccate a Santa Cruz, Tarija, Trinidad (capitale del dipartimento di Beni) e Cobija (capitale del Pando); a Santa Cruz l'ufficio è stato saccheggiato e le sue attrezzature distrutte. In altri incidenti molto violenti, dei gruppi di giovani paramilitari al servizio del Comitato Civico di Pando hanno occupato gli uffici della Prefettura e l'aeroporto e hanno assaltato un piccolo aereo che trasportava equipaggiamenti anti-sommossa per la polizia cittadina [5]. Nel frattempo a  Tarija, nel sud del paese, degli universitari hanno occupato l'ufficio del Tesoro (Servizio delle Imposte Nazionali – SIN).


Leopoldo Fernández, prefetto traditore del Pando, ex ministro del dittatore Hugo Banzer, oggi in arresto con l'accusa di avere ordinato il massacro di contadini avventuo l'11 settembre a El Porvenir.



Non era che l'inizio, giacché nelle giornate successive le cose sono andate peggio. Martedì 9 settembre l'occupazione delle istituzioni pubbliche cominciata nel Pando, dipartimento scarsamente popolato e di difficile accesso situato nel nord del paese e nel quale il prefetto Leopoldo Fernández si è attribuito il diritto di nominare un nuovo direttore per l'Istituto Nazionale della Riforma Agraria (INRA), si è estesa verso le altre regioni in preda ai tumulti. Soprattutto a Santa Cruz i membri dell'Unione della Gioventù di Santa Cruz (UJC) hanno occupato uffici pubblici, li hanno saccheggiati e incendiati e durante tutta la giornata hanno occupato le strade scontrandosi sistematicamente con la polizia. A quanto pare, oltre a provocare il caos, l'obiettivo era quello di prendere possesso degli uffici di riscossione delle imposte, dell'Istituto Nazionale della Riforma Agraria, dei servizi dell'Immigrazione e dell'ENTEL, la compagnia di telecomunicazioni recentemente “nazionalizzata”.

La forza con la quale questi gruppi d'assalto sono riusciti ad affrontare e a neutralizzare la sorveglianza poliziesca e militare delle istituzioni occupate si basa innanzitutto sul loro modo d'agire compatto (anche se non sono in molti), sulla loro organizzazione paramilitare e sull'uso, per il momento limitato, di armi e di esplosivi. E in secondo luogo sui molti veicoli a loro disposizione che permettono gli spostamenti rapidi e danno loro grandi capacità di manovra; del resto non hanno esitato a sfasciare alcuni di questi veicoli contro le porte degli uffici pubblici per sfondarle. In terzo luogo, in tutti questi fatti c'è una strana, oscura e sistematica incapacità della forza pubblica di contenere gli attacchi, ben oltre gli ordini ricevuti che erano di “evitare le provocazioni” a tutti i costi e di essere estremamente prudenti.


Vittime di El Porvenir.


La violenza è giunta al culmine nella mattinata dell'11 settembre nei pressi della strada di Cobija, Pando, nell'Amazzonia boliviana: un grosso contingente composto da contadini, raccoglitori di castagne, studenti, piccoli commercianti, uomini, donne e anziani si è messo in marcia di buon'ora verso la capitale del dipartimento per riunirsi in assemblea (Ampliado) e decidere i passi successivi per porre fine allo scompiglio seminato dalla Prefettura e dai “civici”, quando sono stati brutalmente fermati a metà del ponte che porta al villaggio di El Porvenir e assassinati a colpi d'arma da fuoco da funzionari della Prefettura e da gruppi di sicari assoldati dai grandi allevatori e narcotrafficanti della zona. È stato un massacro: hanno sparato tutte le cartucce e hanno finito i sopravvissuti a colpi di machete. Hanno dato la caccia agli uomini e alle donne che fuggivano terrorizzati nella foresta. Il bilancio di questa azione è ad oggi di 25 uccisi, più di 70 persone con ferite d'arma da fuoco e machete e più di 100 scomparsi.

Le scene descritte dai sopravvissuti nelle loro testimonianze e le fotografie dei cadaveri che cominciano lentamente a circolare mostrano corpi mutilati, bambini colpiti da proiettili, corpi dilaniati [6]. Queste immagini ricordano i massacri avvenuti in Africa: tale è la follia criminale che si è scatenata nel Nord boliviano.

Cosa sta accadendo?

Il clima di sovversione – blocco delle strade, occupazione delle istituzioni e aggressioni contro funzionari del governo centrale e infine il massacro criminale dei contadini – che si è diffuso soprattutto nel nord della regione conosciuta come “Media Luna”, “Mezzaluna”, – i dipartimenti di Pando, Beni e Santa Cruz – assume l'aspetto di uno scontro che vede coinvolti da una parte il governo di Morales e alcune organizzazioni sociali a esso vicine e dall'altra parte le autorità politiche e “civiche” dei dipartimenti della regione della Mezzaluna. Tuttavia, nelle pagine che seguiranno, cercherò di leggere i fatti citati come una guerra civile che si sviluppa su quattro fronti simultanei: il governo di Morales e il MAS; le élite regionali comandate dai Comitati Civici e protette dalle Prefetture; le Forze Armate e la Polizia Nazionale della Bolivia, e infine l'insieme di organizzazioni, collettivi, federazioni, giunte e tutti i tipi di raggruppamenti che costituiscono la forza più profonda ed energica della società boliviana. Andremo passo dopo passo a descrivere quello che ha fatto ciascuno di questi attori, per cercare di conseguire una certa chiarezza in questo groviglio di violenza e di conflitti.

Quello che si vede al primo colpo d'occhio è, effettivamente, uno scontro tra il governo centrale e le autorità politiche e civiche delle regioni che, da più di un anno, sono state protagoniste di un prolungato conflitto su due linee principali: a) l'approvazione o meno della nuova Costituzione Politica dello Stato e b) la destinazione dei proventi straordinari che lo Stato ottiene attraverso la vendita di gas a prezzi internazionali migliori e con l'applicazione di nuovi contratti con le imprese transnazionali.

Nella prima linea di conflitto si accumulano altre occasioni di scontro, come il trasferimento della sede dell'Assemblea Costituente da Sucre a Oruro, lo scorso dicembre, e l'attuale opposizione radicale dei Prefetti e dei Civici della Mezzaluna allo svolgimento di un referendum per ratificare la Costituzione, che si terrà probabilmente il prossimo gennaio. In termini politici le forze civiche regionali e i prefetti contrappongono alla nuova Costituzione Politica dello Stato i loro Statuti Autonomisti Dipartimentali.

Le differenze principali tra questi due progetti sono le seguenti: la nuova Costituzione propone una struttura statuale complessa che riconosce delle autonomie dipartimentali ma anche delle autonomie indigene, regionali e dunque prevede che le autorità delle sotto-prefetture provinciali vengano elette con il suffragio diretto (diversamente da adesso). La proposta di organizzazione territoriale a livelli del potere esecutivo contenuta nella Costituzione, anche se lascia quasi immutate le forme di rappresentatività politica liberali, apre alla possibilità di promuovere un controllo del territorio dal basso e costituisce, senza dubbio, un allargamento della democrazia a livello locale.

Da parte loro, gli Statuti Autonomisti di Santa Cruz – che fanno da modello alle altre regioni “autonomiste” – hanno un obiettivo esplicito in materia di organizzazione politica dei dipartimenti che consiste essenzialmente nello stabilire la sovranità dei dipartimenti in materia politica, fiscale, di risorse naturali e di utilizzo e di usufrutto di queste ultime. Gli autonomisti non propongono un piano di “federalizzazione” che contempli il passaggio di alcune attribuzioni e diritti dal governo centrale ai dipartimenti ormai sovrani e uniti in un patto federale.

Quello che propongono è che la totalità delle competenze statali passi dal governo di La Paz ai dipartimenti: propongono esplicitamente di non lasciare alcuna funzione nelle mani del governo centrale, né quella delle delibere sui possedimenti terrieri e le dimensioni delle proprietà, né la prerogativa di uso e usufrutto delle risorse naturali dei dipartimenti, né la facoltà di riscuotere le tasse o di organizzare il commercio estero. Niente di tutto questo, secondo gli “statuti autonomisti”  del Comitato Civico di Santa Cruz, farebbe parte delle funzioni del governo centrale, e ciascun dipartimento autonomo procederebbe secondo le proprie considerazioni politiche. Tuttavia la struttura governativa da loro proposta ricalca, a livello regionale, esattamente la stessa forma verticale e centrale che criticano a livello nazionale, perché pensano che questa concentrazione di potere decisionale sia la soluzione migliore a livello dipartimentale.

Questa disputa di fondo sulle forme politiche con le quali controllare, amministrare e gestire i territori e le risorse che compongono la Bolivia è il conflitto più profondo che si svolge nel grande scenario politico nazionale. In questa disputa si contrappongono: il presidente, il governo centrale, il MAS e i Costituenti da una parte e i prefetti dei dipartimenti “autonomisti”, le élite regionali, i grandi proprietari terrieri e in generale gli imprenditori dell'industria agroalimentare, dell'allevamento, il narcotraffico, i media e coloro che partecipano al commercio degli idrocarburi.

La seconda dimensione del conflitto governo-regioni, che si intreccia alla prima, è la più immediata ed è stata il cavallo di battaglia degli ultimi mesi: la disputa sulla distribuzione dell'imposta diretta sugli idrocarburi (IDH), cioè quanto e come ciascuna autorità politica può disporre delle risorse dello stato.

Al livello successivo e più significativo del conflitto, che si è sviluppato sistematicamente e costantemente almeno a partire dall'11 gennaio del 2007 a Cochabamba, ci sono le azioni, le manifestazioni, i discorsi e le aggressioni che i dirigenti dei Comitati Civici, le élite locali e i prefetti conducono per intimidire e spaventare la popolazione umile e operosa di queste regioni. Si tratta di azioni e aggressioni mirate a ridurla al silenzio, dividerla, paralizzarla e confonderla. Nel corso dell'ultimo anno e mezzo si possono distinguere vari momenti, quasi tutti caratterizzati dallo stesso formato: si instaura nell'immaginario sociale e nel discorso pubblico una “rivendicazione delle élite”. A Cochabamba nel gennaio del 2007 si trattava di “difendere” l'ex Prefetto Reyes Villa (nel frattempo revocato) e di “cacciare” gli “odiosi cocaleros che bloccano le strade”. A Sucre, tra ottobre 2007 e maggio 2008, il motivo dell'agitazione erano la capitalía plena [per trasferire tutti i poteri da La Paz, capitale amministrativa, a Sucre, dove ha sede il potere giudiziario, N.d.T.] e i diritti ancestrali dei signorotti di Sucre a ricoprire il ruolo di burocrati e funzionari d'alto rango. A est il tema centrale è “l'autonomia”, nel senso in cui la intende uno dei più grandi latifondisti di Santa Cruz, Branko Marinkovic, che per di più funge da dirigente civico.


Branko Marinkovic, presidente del Comitato Civico di Santa Cruz, figlio di un ustascia (nazista croato) rifugiatosi in Bolivia, proprietario di una fabbrica di produzione di soia, grande proprietario terriero, allevatore: un “democratico” come quelli che piacciono a Washington.



I mezzi di informazione e alcune università e organizzazioni non governative di recente creazione hanno svolto un ruolo decisivo nell'incoraggiare e rendere centrale una richiesta di mobilitazione da parte delle élite contro i lavoratori rurali e urbani. Le università e le organizzazioni non governative hanno “inventato” e incoraggiato questa richiesta in forum, articoli e tutti i tipi di riunioni; i mezzi di informazione sono stati la cassa di risonanza delle élite, ripetendo a sazietà questi temi “nuovi e sensibili della popolazione”.

Queste “rivendicazioni regionali” sono state un meccanismo per instaurare delle divisioni binarie all'interno di ciascun dipartimento. A Sucre “chi ha sostenuto la capitalía plena contro i MASisti che non la vogliono e sono dei traditori della regione”, nell'Est “chi appoggia l'autonomia di Santa Cruz (o di Beni o Pando) contro i MASisti che sono dei traditori della regione”. Questo schema di divisione e classificazione della popolazione e il linguaggio aggressivo e viscerale hanno dettato il tono dominante degli ultimi mesi. La sua ripetizione sistematica ha creato un clima d'odio e di violenza da parte delle élite e dei loro sicari nei confronti dei lavoratori, degli abitanti più umili, dei vicini e in generale delle persone in buon senso. Questo diffuso clima di scontro e conflitto è stato intensificato dalla ferocia delle bande di “giovani di Santa Cruz”, “giovani per la democrazia” a Cochabamba, Sucre, ecc. che intimidiscono a calci e pugni la popolazione più indifesa e che nelle ultime due settimane hanno aggiunto alle azioni già note i saccheggi e i roghi di sedi di sindacati e organizzazioni, i furti ai mercati e la distruzione delle abitazioni.

 

I “civici” in azione

 



Questo insieme di comportamenti e di azioni sono gli elementi più chiari della guerra civile scatenata in Bolivia: le élite regionali attaccano direttamente la popolazione umile e operosa, come appare ormai evidente dopo il massacro di El Porvenir e l'incendio del Municipio di Filadelfia. L'obiettivo di queste azioni è stato, fino a oggi, quello di scatenare un'offensiva di dissuasione di ampia portata per paralizzare ogni traccia di dissenso e di resistenza e dunque mostrare l'incapacità del governo di assicurare il controllo del territorio e la protezione della popolazione. Questo accade soprattutto perché, di fronte all'aggressione sistematica delle élite contro la popolazione più umile delle regioni, il governo centrale ha in genere risposto in modo timido, goffo e tardivo, “senza porre dei limiti”, come è stato detto in centinaia di riunioni di base.

Lo scenario di guerra è completato dall'offensiva sistematica dei mezzi di informazione, che confondono e offuscano la comprensione di ciò che accade. Per esempio, in relazione agli scontri di martedì 9 settembre, particolarmente feroci a Santa Cruz, la strategia di comunicazione dei dirigenti civici è stata simile e immediata in tutti i casi: nello stesso momento in cui le loro squadre paramilitari si scatenavano contro la polizia e la popolazione di pelle scura e dai tratti indigeni – di etnia qulla – e dove le aggressioni venivano mostrate e acclamate alla televisione come “atti di resistenza per l'autonomia”, tutti i portavoce “civici” facevano dichiarazioni, mandavano lettere e ripetevano fino alla nausea che “Evo è un assassino”, che “Evo è il responsabile delle violenze”, che era lui che “aggrediva gli abitanti di Santa Cruz e i boliviani”.

Tuttavia e malgrado tutto la resistenza comunitaria e popolare, tendenzialmente autonoma e solidale, non è assente. È questa resistenza, nella sua energica molteplicità, che è rinata nelle ultime settimane dopo più di 30 mesi di governo Morales. Organizzazioni di vario tipo, più o meno vicine al MAS, che partecipano occasionalmente o abitualmente al Coordinamento Nazionale per il Cambiamento (Coordinadora Nacional para el Cambio-CONALCAM), che si sono stancate di subire le aggressioni e le vessazioni dei civici e dei loro paramilitari e di attendere azioni drastiche da parte del governo per porre freno agli abusi e alle violenze, hanno cominciato gradualmente a riorganizzarsi, a discutere, a prendere la parola ritrovando la varietà di voci e di toni che costituisce la ricchezza più vitale delle recenti lotte boliviane. E soprattutto hanno cominciato ad agire.

Dopo l'efficace blocco della città di Sucre messo in atto dai comunarios quechua alla fine di agosto, i produttori di foglie di coca hanno hanno stabilito un blocco da ovest verso Santa Cruz, in un'azione realizzata in coordinamento con il governo che ha interrotto la via di comunicazione Santa Cruz-Cochabamba nella regione del Chapare.

Altrettanto importante è stata la resistenza nel quartiere Plan 3000 a Santa Cruz, dove per molti giorni gruppi di vicini, di giovani del quartiere e di lavoratori di origini qulla hanno resistito e affrontato le bande di paramilitari. Di fatto, anche nel Pando i contadini massacrati e quelli che si sono nascosti nella foresta, feriti o agonizzanti, si stavano giustamente recando a una riunione dove si doveva discutere su come organizzare la resistenza contro la violenza dei civici e come accelerare la riforma agraria.

Così in questi ultimi giorni si sono svolte riunioni urgenti in quasi tutta la Bolivia: nella Chiquitanía a nord della città di Santa Cruz fino a Beni, nelle vaste regioni del territorio guaranì a sud, a Cochabamba, a El Alto. I comunicati diffusi dalle organizzazioni sociali hanno una cosa in comune: tutte si dichiarano in stato d'allerta, esigono dal governo che utilizzi i mezzi a sua disposizione per giudicare gli assassini di Pando e dichiarano, parola più parola meno, che combatteranno a loro rischio e pericolo, che non vogliono accettare né la brutalità né l'insolenza dei sicari fedeli ai dirigenti civici.

In tutti i comunicati pubblici e interventi recenti si osserva che diverse importanti organizzazioni sociali hanno ritrovato un nuovo margine d'autonomia politica rispetto alle decisioni del governo. E, diciamolo chiaramente, non è che queste organizzazioni siano “contro” il governo di Morales. Lo sostengono, lo amano, l'hanno ratificato il 10 agosto con il voto in massa al referendum; ma cominciano ad ammettere che il governo non sarà in grado di contenere l'offensiva da solo. Ancora una volta migliaia di uomini e di donne in Bolivia si rendono conto che la trasformazione delle relazioni sociali e politiche non è una questione che si possa risolvere “dall'alto”. Vedono il governo come un alleato ma non sono, almeno tendenzialmente, disposti ad attendere passivamente che questo governo garantisca loro ciò a cui aspirano. Durante questi 30 mesi hanno compreso che ciò non è possibile. Con prudenza ed energia cominciano a lottare per conto proprio. Come ieri, come sempre.

Queste diverse azioni di resistenza hanno dato negli ultimi giorni una nuova configurazione all'inafferrabile e mobile scenario dei conflitti multipli. L'aggressione delirante e sistematica dei civici è stata gradualmente affrontata dalla popolazione a livello locale, certamente sullo sfondo del balzo fatto dal governo il 28 agosto quando ha stabilito il proprio piano politico a breve termine. Questo non ha fatto che accelerare l'aggressione e la follia delle élite che si è manifestata nei mucchi di cadaveri di El Porvenir.

Nel frattempo, il quarto fronte di questo scontro è costituito dalla forza pubblica boliviana. La Polizia Nazionale – entità unica con delegazioni dipartimentali organizzate gerarchicamente e dipendenti da un comando centrale – e la Forze Armate hanno agito con prudenza e hanno, fino a oggi, svolto solo un ruolo secondario.

Durante la messa in atto della loro controffensiva, i dirigenti civici hanno fatto il possibile per aggredire e oltraggiare la polizia e i militari, cercando di generare malessere e forse di provocare una rivolta militare. Se i primi a essere aggrediti sono stati i comunarios, i contadini e i lavoratori, uomini e donne delle zone rurali, subito dopo è toccato ai poliziotti di base e ai corpi della polizia militare che sono stati attaccato con la dinamite e umiliato nello stadio della città di Sucre il 25 maggio. La polizia ha dovuto inoltre assistere stupefatta al pestaggio del suo comandante generale tre settimane fa a Santa Cruz.

Fino ad ora, in tutti questi scontri, l'ordine del governo alle forze armate e alla polizia sembra essere stato quello di contenere le violenze e di fare attenzione soprattutto a non aggredire. In molte occasioni, nel corso di queste ultime settimane, la popolazione boliviana si è chiesta perché la forza pubblica non intervenisse per frenare più efficacemente gli abusi dei civici. Un'ipotesi interessante che circola in diversi gruppi è la seguente: nella forza pubblica c'è una schiacciante assenza di autorità, i comandanti della polizia e dell'esercito non hanno la garanzia che i loro uomini li seguirebbero se prendessero la decisione di ribellarsi contro il governo del MAS e di schierarsi con i civici, ma il governo non ha a sua volta la certezza che le Forze Armate reprimeranno i dirigenti civici o prenderanno il controllo della situazione se riceveranno l'ordine di farlo [7].

Questa situazione sembra essere cambiata negli ultimi giorni con l'intervento militare nel Pando e l'arresto del prefetto, Leopoldo Fernández, accusato di avere ordinato il massacro di El Porvenir. La tensione tra l'autorità politica e la forza militare sembra essere leggermente diminuita e bisognerà seguire con attenzione quello che potrà succedere nei prossimi giorni.


La Media Luna (la Mezzaluna, cioè i dipartimenti dell'Oriente boliviano) sfida il governo”



Come comprendere i fatti recenti e cosa aspettarsi?

Tenuto conto delle caratteristiche principali di questo conflitto su quattro fronti, ecco alcune ipotesi schematiche:

I fatti che hanno avuto luogo negli ultimi giorni propongono scenari incerti ma forse un po' più prevedibili rispetto ad alcune settimane fa.

Innanzitutto è sempre più chiaro è che quello che vogliono i proprietari terrieri più recalcitranti, i dirigenti civici e il governo statunitense è consolidare in Bolivia un intenso clima di scontro civile. Lo dimostrano: gli appelli dei Comitati Civici all'OEA e all'ONU [8] perché facciano da mediatori nel “conflitto interno della Bolivia”, come lo definiscono; il modo in cui i principali mezzi di informazione statunitensi presentano e spiegano la situazione e le campagne di propaganda e disinformazione interna condotte dai media locali.

Il referendum nel quale Morales è stato ratificato dai 2/3 della popolazione ha dimostrato chiaramente che la forza dell'opzione politica rappresentata dai Comitati Civici era minoritaria a livello nazionale. Con il passare del tempo si è rivelata la vera intenzione dei comitati: non cercano un accordo con il governo centrale. Quello che cercano di fare, con ogni mezzo e sistematicamente, è provocare confusione, introdurre una grande instabilità, bloccare l'iniziativa politica consacrata dall'approvazione della nuova Costituzione e in ultima istanza guadagnare tempo perché tutto possa continuare come prima, perché tutti i provvedimenti governativi risultino inefficaci, e infine per provocare a un certo punto e in una maniera o nell'altra il rovesciamento del governo legittimamente eletto e ratificato.

La chiarezza che i tragici eventi di settembre hanno fatto su questo punto si rivela paradossalmente incoraggiante. Nei mesi passati e addirittura fino al referendum del 10 agosto sembrava possibile, da un lato, che il governo centrale giungesse a un accordo con le Prefetture e i Comitati Civici “autonomisti”. Morales, García Linera e diversi ministri del governo avevano più volte ma senza successo negoziato, proposto e cercato meccanismi di dialogo per giungere a un accordo. Adesso, dopo il massacro di El Porvenir, l'arresto del Prefetto Fernández e la crisi dei giudizi e delle contro-rivendicazioni che si sono scatenati, sembra che il governo abbia una maggiore forza decisionale per quanto riguarda la necessità di porre dei limiti all'azione dei Comitati Civici e dei prefetti e di obbligarli a rispettare le vie legali per manifestare il loro dissenso.

Dall'altro lato la situazione sembra più chiara per la popolazione, che ha cominciato a riconquistare la capacità di decisione e di mobilitazione per “frenare” l'offensiva delle élite, come dimostra il crescente “accerchiamento” della città di Santa Cruz, e per impedire al governo di negoziare o ritrattare la volontà sovrana del popolo espressa nelle urne e nelle piazze: dotarsi di un nuovo quadro giuridico per regolare i rapporti sociali e politici.

In generale la situazione è ancora delicata e la confusione, anche se diminuita, è ancora grande. Le versioni che hanno cominciato a diffondersi sul massacro di contadini nel Pando sono completamente divergenti. Una cosa dicono i sopravvissuti che hanno cominciato a poco a poco a parlare, mentre i dirigenti civici insistono nel nascondere e mascherare i propri mezzi e fini. Tuttavia la popolazione boliviana e i governi dei paesi vicini confermano la loro condanna del massacro: sono i prefetti, i dirigenti civici e i loro gruppi di sicari ad avere sparato per uccidere, ad avere organizzato la caccia ai feriti.

Attualmente i governi di Argentina, Cile, Venezuela, Perù e soprattutto Brasile hanno ripudiato i fatti di sangue e appoggiato il governo di Morales; attraverso il loro sostegno, le loro dichiarazioni e la loro presenza essi contengono ogni intenzione di invasione “pacificatrice” o di invio di truppe d'occupazione che potrebbe cominciare a emergere nella discussione politica internazionale.

È molto probabile che nel corso delle prossime settimane la Bolivia attraversi un periodo di tregua. Insistiamo però nel dire che il conflitto non è terminato, si è solo ripiegato su vie istituzionali che si spera possano evitare altre morti. Tuttavia l'insieme delle cause che scuotono il cuore dell'America del Sud resterà aperto, latente... e in agguato.

In queste circostanze sia l'informazione che la possibilità di comprendere ciò che accade sono vitali per tutti. Oggi la Bolivia è nuovamente non solo il luogo in cui si condensa la lotta della società lavoratrice per trasformare dal basso l'insieme dei rapporti sociali, ma anche, sfortunatamente, il luogo in cui si sviluppa nel modo più bellicoso la modalità contemporanea di confusione e di violenza per distruggere il paese, sotto l'impulso del governo statunitense e dei suoi alleati locali. La speranza in Bolivia è presente malgrado tutto. Non sta unicamente né principalmente nell'abilità del governo Morales di continuare a perseguire il proprio progetto progressista, sta nel nuovo fermento che comincia a farsi sentire ancora una volta, dal basso, dai popoli e dalle comunità.

Note
[1]
In un cinico comunicato del Comitato Civico di Santa Cruz del 16 settembre (quando a La Paz arrivavano i primi cadaveri del massacro di Pando e il Paese era sconvolto dalla brutalità subita da queste persone), i dirigenti civici affermavano al punto 4 del loro documento: “Facciamo appello alla popolazione perché non cada nella trappola di lasciarsi provocare dalla violenza che il MAS vuole causare. Domandiamo anche al presidente Evo Morales di sospendere questa strategia di provocazione della violenza; e dichiariamo davanti al nostro popolo, davanti al paese e al mondo, che la nostra volontà è di pace e che ogni episodio di violenza sarà di responsabilità esclusiva del MAS, dei suoi dirigenti e del governo nazionale che controlla questi militanti MASisti”. 
[2] Le molte procedure giudiziarie avviate nella settimana successiva all'arresto del prefetto Fernández sono un esempio del trasferimento del conflitto sul livello istituzionale: la Corte Suprema – diretta da magistrati designati sotto il precedente regime delle quote di partito – chiede che tutti gli atti e il detenuto – vale a dire Leopoldo Fernández – siano posti sotto la sua competenza e cerca di limitare la giurisdizione di altre istanze per il suo arresto e per il trattamento del suo caso; inoltre la Corte ha avviato una procedura contro il Ministro degli Interni per i fatti del 24 e del 25 novembre a Sucre quando l'Assemblea Costituente ha dovuto trasferirsi a Oruro. Da parte loro, i sopravvissuti al massacro e i parenti degli uccisi hanno avviato una procedura giudiziaria contro il Procuratore Generale della Nazione per inadempimento delle sue funzioni nel caso del massacro.
[3] La sera del 28 agosto il governo ha reso pubblico un “pacchetto di decreti supremi” con i quali convocava la popolazione a una serie di nuove elezioni inizialmente previste per il 7 dicembre. Quel giorno avrebbero dovuto svolgersi tre elezioni – quelle dei prefetti nei dipartimenti in cui erano stati revocati, quelle dei sotto-prefetti delle 112 province e quelle dei consiglieri dipartimentali – e il voto sulla nuova Costituzione Politica dello Stato e la questione del permesso di estensione delle proprietà agricole (in base all'articolo 398). Per un'analisi approfondita del piano del governo si veda: Gutiérrez Raquel, Territorios en disputa: confusos escenarios de conflictos superpuestos, Ircamericas, agosto 2008.
[4] Le “Rappresentanze Presidenziali” sono funzioni pubbliche, inaugurate nell'aprile 2007, parallele alle funzioni prefettizie. La struttura politica della Bolivia, fino al 2005, sanciva che i prefetti dei dipartimenti (chiamati anche “la prima autorità politica”) fossero designati dal Presidente della Repubblica. A partire dal 2005 i prefetti dei dipartimenti sono stati eletti con suffragio diretto e attualmente, nei cinque dipartimenti citati, i prefetti si oppongono al governo Morales. In questo contesto i Comitati Civici e le Prefetture vedono la designazione della “Rappresentanze Presidenziali” (che teoricamente “contribuiscono” al coordinamento tra i prefetti e il governo centrale) come una replica della funzione pubblica; i “rappresentanti” sono una sorta di scomodi intermediari e le loro funzioni sono ambigue, per esempio, per quanto concerne il controllo della polizia e la presa di alcune decisioni politiche e amministrative.
[5] Erbol, Cobija, Pando, 5/9/2008. Da parte sua, L'Agenzia di Informazione Boliviana ha completato l'informazione il 6/9/2008 annunciando che “Le sedi dell'Istituto Nazionale della Riforma Agraria (INRA), la Sovrintendenza delle Foreste, l'Amministrazione Boliviana delle Strade (ABC) e gli uffici dei servizi di Immigrazione a Cobija sono sotto il controllo dei civici. Resta occupata anche la Dogana Nazionale, ma da un numero ristretto di handicappati che rivendicano l'ottenimento di una rendita annuale dallo Stato”. 
[6] Ci sono due siti internet dove si possono trovare informazioni su quello che accade in Bolivia: quello dell'Agenzia di Informazione Boliviana (ABI), per saperne di più sulle questioni ufficiali, e Ukhampacha Bolivia che offre informazioni (in spagnolo e in inglese) e link sulle diverse denunce relative a ciò che accade in questa regione della Bolivia e nel resto dell'America Latina. 
[7] La storia della Bolivia è stata caratterizzata da colpi di Stato e sommosse ricorrenti e cruenti. Dal 1982, con la cosiddetta “apertura democratica”, i militari sono rimasti nelle loro caserme e hanno di conseguenza cessato – provvisoriamente? – di essere protagonisti diretti della politica. Tuttavia l'idea di “colpo” di Stato sopravvive nell'immaginario sociale boliviano come un fantasma che di tanto in tanto ricompare come una minaccia, soprattutto in periodi di grandi sconvolgimenti.
[8] Il 12 settembre il Comitato Civico di Santa Cruz ha inviato una lettera al Segretario Generale dell'ONU, Ban Ki-Moon, per chiedere l'intervento dell'ONU in Bolivia. Uno dei paragrafi della lettera affermava: “Dall'inizio della sua amministrazione il Signor Presidente della Bolivia, Evo Morales – oltre a essere un importante produttore di foglie di coca e Presidente della Federazione dei cocaleros, – ha dato prova di un'antipatia assolutamente ingiusta e completamente razzista nei confronti dell'Oriente boliviano e di altri settori e regioni della nazione boliviana (per esempio: Tarija, Chuquisaca, Beni, Pando). Benché Morales sia stato eletto dalla maggioranza dei votanti, il rispetto per coloro che la pensano diversamente è un fattore fondamentale in ogni processo democratico. Fin dall'inizio la sua condotta ha violato i patti che costituiscono l'ordine giuridico internazionale, in particolare quelli che fanno riferimento alle garanzie democratiche e ai diritti individuali”.

Risorse:

Territorios en disputa: Confusos escenarios de conflictos superpuestos

¿Qué dijo la sociedad boliviana en el referéndum revocatorio del 10 de agosto?

Democracia y conflicto: La Asamblea Constituyente, el gobierno nacional y los estatutos autonomicos departamentales

La composición de la Asamblea Constituyente en Bolivia y los procesos políticos subterráneos


Originale da: Vientos de guerra civil en Bolivia: Pistas para orientarse en un conflicto a cuatro bandas (IRCAmericas)

Articolo originale pubblicato il 23 settembre 2008

L’autrice

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguística. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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AL SUD DELLA FRONTIERA: 20/10/2008

 
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