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17/04/2021
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L'epoca del pensiero magico: la cortina di fumo del SOFA e il potere presidenziale


AUTORE:  Chris FLOYD

Tradotto da  Manuela Vittorelli


I media americani si stanno ampiamente bevendo la linea propagandistica secondo la quale l'accettazione da parte del gabinetto iracheno di uno "Status of Forces Agreement" (SOFA, Accordo sullo Status delle Forze Armate) con la forza di occupazione degli Stati Uniti significherebbe che la guerra in Iraq finirà nel 2011. Questo rafforzerà ulteriormente l'opinione diffusa che il suppurante crimine della guerra in Iraq sia ormai alle spalle e la questione verrà allontanata ulteriormente dal radar della pubblica attenzione.

Ma come sempre si spalanca un abisso tra la brodaglia preconfezionata a uso e consumo dell'opinione pubblica e la dura verità sporca di sangue. Come osserva Jason Ditz su Antiwar.com, il cosiddetto “termine ultimo” del 2011 per il ritiro di tutte le truppe statunitensi rimane, come sempre, un'“aspirazione”, non una garanzia blindata. I tempi e le dimensioni del ventilato “ritiro” dipenderanno, come sempre, “dalle circostanze”, dicono le autorità del Pentagono e della Casa Bianca: una posizione da molto tempo condivisa dal presidente “contro la guerra” appena eletto. E, come tutti sappiamo, le “circostanze” in una zona di guerra sono sempre soggette a cambiamenti radicali e inattesi.

Ditz si concentra anche su un punto molto importante, e quasi interamente trascurato: lo strombazzato “accordo” (che dev'essere ancora votato dal parlamento iracheno, naturalmente) “copre semplicemente le regole delle truppe statunitensi operative in Iraq dal 2009 al 2011, e... niente impedirebbe un accordo futuro per tenere lì le truppe oltre il periodo coperto dal SOFA”. I negoziatori americani avevano originariamente insistito su questo punto in maniera esplicita nel testo dell'accordo, ma alla fine l'hanno eliminato per permettere al loro spesso scontento fantoccio, il Primo Ministro Nouri al-Maliki, di affermare falsamente che il SOFA finalmente libererà il paese dall'odiata presenza americana.

Ma non sarà così. Se, per la fine del 2011, l'élite trasversale della politica estera americana – e i profittatori del vasto e interconnesso conglomerato corporativo che alimenta la macchina bellica – deciderà che l'occupazione deve continuare nell'“interesse della nazione” (cioè l'interesse dei membri di quella élite), l'occupazione continuerà. Se queste persone riterranno di aver spremuto per bene l'Iraq potranno decidere di spostarsi verso pascoli più verdi: con un nuovo “surge” in Afghanistan, certo, e forse anche in Pakistan. Ma quella decisione non spetterà agli iracheni.

II.
Naturalmente, se ci si inoltra così tanto nei dettagli dell'“accordo” si rischia di trascurare il fatto che l'intero processo è in realtà una frode brutale. Tralasciando per un momento la natura omicida del crimine di guerra hitleriano perpetrato contro l'Iraq dal governo americano – che già escluderebbe la situazione da qualsiasi “normale” considerazione diplomatica – ciò a cui assistiamo qui sono dei negoziati sull'essenza stessa della sovranità di una nazione, e il costante, intimo e armato coinvolgimento dell'America nella vita di quella nazione. È assurdo fingere che non sia un trattato, che esigerebbe un dibattito e un voto al Senato, ma semplicemente una questione marginale lasciata alla discrezione del Presidente.

Eppure è così. Bush stringe il patto da solo: dopo tutto, come Obama ci ricorda continuamente, “abbiamo un solo presidente”, e anche se è un furfante figlio di puttana omicida dobbiamo tutti inchinarci al suo giudizio. Obama si limita a chiedere che qualsiasi accordo che estenda la criminale guerra in Iraq offra “sufficienti protezioni per i nostri uomini e le nostre donne in uniforme”. Per quanto riguarda le “sufficienti protezioni” per gli uomini, le donne e i bambini iracheni che non indossano l'uniforme, che sono stati uccisi o costretti a lasciare le loro case a milioni, il nostro singolare presidente e il suo successore hanno poco da dire. Come sempre, queste persone non hanno alcun ruolo negli affari di stato. E non l'hanno neanche gli americani, o i loro rappresentanti eletti.

Ma tutto questo concorda perfettamente con la nostra timorosa e codarda epoca post-repubblicana, dove alla fine tutti devono arrendersi alle prerogative del “comandante in capo”. L'uso costante di questo titolo come sinonimo di “presidente” è un altro segno della nostra degradazione democratica. Perché naturalmente il presidente è solo il comandante in capo delle forze armate in tempo di guerra, non il comandante militare di tutto il paese. È stato sconvolgente assistere alla cancellazione di questa distinzione non solo nel sentire diffuso ma anche tra le élite del potere. È una delle più chiare espressioni del vero stato dell'Unione: una nazione che si è volontariamente sottoposta al governo di una giunta militare, rinunciando – senza che fosse sparato un solo colpo – alle libertà che un tempo rivendicava come sua stessa ragion d'essere.

Adesso barcolliamo da un'elezione all'altra, sperando che questa volta ci toccherà un “buon” comandante, un tiranno benevolo. Guardate la pletora di recenti articoli sui nostri più blasonati giornali, in cui ci si chiedeva ansiosamente cosa avrebbe deciso Obama sul campo di concentramento di Guantanamo, sulla questione della detenzione “preventiva” a tempo indeterminato, sulle tecniche di tortura istituite da Bush, sulla sorveglianza a cui è stato sottoposto il popolo americano attraverso le intercettazioni segrete e in assenza di mandato, sulla firma di “dichiarazioni” che ignorano l'autorità costituzionale della legislatura eletta e impongono il volere arbitrario del presidente, su tutti i poteri autoritari ora reclamati dall'Esecutivo Unitario.

Il presupposto implicito è che tocchi al solo Obama decidere su tali questioni. Sarà lui a dover ora decidere come definiamo la tortura. Sarà lui a dover ora decidere cosa accadrà ai prigionieri di Gitmo e di tutti gli altri campi di concentramento sparsi per il mondo. Deciderà se “rivedere” o no i poteri di sorveglianza che ha attribuito con il suo voto all'Esecutivo solo pochi mesi fa. E così via. Tutte le straordinarie speranze riposte ora in Obama si riducono a questo: all'impotente desiderio che possa essere un “buon” re, saggio e benintenzionato, e non un tiranno crudele e pasticcione come l'ultimo “comandante”.

Pensiero magico. Farsi piccoli e adulare. Aspettare che il Capo metta tutto a posto. È questo lo stato della “democrazia” americana oggi, anche dopo la storica “trasformazione” delle Elezioni 2008.


Originale: The Era of Magical Thinking: SOFA Smokescreens and Presidential Power  

Articolo originale pubblicato il 18/11/2008

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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PACE E GUERRA: 19/11/2008

 
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