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08/02/2010
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Accettare Chávez


AUTORE:  Pascual SERRANO

Tradotto da  Manuela Vittorelli


Lo scorso 15 febbraio i venezuelani sono tornati a mostrare il loro sostegno al presidente approvando l'emendamento costituzionale che pone fine al limite di due legislature per le cariche di governatore, parlamentare o presidente della Repubblica. In questo modo Chávez potrà ricandidarsi alla presidenza nel 2012, anno in cui scade l'attuale legislatura.


Come si ricorderà, nel dicembre del 2007 i sostenitori del Governo furono sconfitti nel referendum per la riforma costituzionale, che in aggiunta ad altri 68 emendamenti comprendeva anche l'eliminazione del limite al numero di legislature per la carica di presidente. Dei 4.379.392 voti (49,29%) che allora appoggiarono la riforma costituzionale si è passati a 6.003.594 (54,36%) nel voto dell'emendamento. Nel frattempo i voti contrari sono aumentati da 4.504.354 (50,7%) a 5.040.082 (45,63%), però adesso sono passati in minoranza. Chi credeva che il referendum avrebbe segnato il declino del chavismo è rimasto deluso.

La prima incognita che va chiarita è perché i sostenitori del Governo siano stati sconfitti nel referendum del 2007 e abbiano ora riportato un'ampia vittoria con quasi nove punti di vantaggio. Un dato di cui bisogna tener conto è che il superamento di quella sconfitta si era già prodotto nelle regionali del novembre 2008, quando i candidati pro-governativi avevano ottenuto un milione di voti più degli oppositori. Ormai in Venezuela quasi tutte le analisi concordano sulle ragioni della sconfitta del 2007: troppe modifiche alla Costituzione che non erano comprensibili né fattibili, una campagna dominata dal conflitto con la Colombia e la decisione di Chávez di dedicarsi alla liberazione dei prigionieri delle FARC invece di occuparsi della politica interna. A tutto ciò va aggiunto il fatto che nell'ultimo referendum si proponeva l'abolizione dei limiti non solo per la carica di presidente, ma anche per i governatori e i deputati, cosa più coerente dal punto di vista politico.

La conclusione evidente è che, nonostante tutte le carenze e gli errori del processo venezuelano, il potere del presidente non si è logorato; si osserva che ha ottenuto ancora più voti che nel referendum revocatorio del 2004 con cui si tentò di rimuoverlo dall'incarico (5.800.629).

Le ragioni sono diverse: in primo luogo, un'opposizione divisa che sembra incapace di comprendere che esiste una grande massa popolare che confida in Hugo Chávez quale speranza per migliorare il paese. Dall'altro lato, una classe media che è giunta a capire che tutte le minacce relative al comunismo e al pericolo per la democrazia che le sono state presentate in tutti questi anni sono completamente prive di fondamento. La borghesia e la classe imprenditoriale venezuelane non hanno visto peggiorare in alcun modo la loro situazione economica; nessun provvedimento politico, applicato o progettato, mette a repentaglio le loro aspettative. Le denunce dei presidenti di seggio dell'opposizione che ho potuto raccogliere nei collegi elettorali mostrano quanto abbiano perso il contatto con la realtà, dal momento che alcuni qualificano come un “orrore” queste elezioni perché “hanno come scopo quello di migliorare l'immagine di dittatore di Chávez”, e altri si indignano perché adesso “i camionisti sono senatori”, oppure cercano di spiegarmi che questo referendum significherà aprire la porta alla possibilità che “i padri perdano la patria potestà sui loro figli”. Il risultato è che la grande scommessa dell'opposizione venezuelana si limita a una manciata di studenti della classe alta che vengono dalle università private e che mi dicono di avere come punto di riferimento per il Venezuela “il socialismo svedese”. Naturalmente non mancano le sfide per il Governo Chávez: conciliare il futuro economico con il nuovo prezzo del petrolio, agire con fermezza contro la corruzione e affrontare con efficacia molte buone iniziative che non sono ancora riuscite a decollare.

Anche se la maggioranza della comunità internazionale sta già comprendendo che la democrazia venezuelana è la più legittima di tutto il continente e probabilmente del mondo, con tredici processi elettorali in dieci anni, tutti impeccabili, come hanno sentenziato tutte le istituzioni e gli osservatori che hanno assistito a ogni consultazione, non cessa di sorprendere il modo ossessivo e ricorrente con cui dai settori reazionari mondiali si continua a tentare di delegittimarla accusandola gratuitamente di essere una dittatura, di violare i diritti umani o di soffocare la libertà di espressione. Basta osservare l'indignazione davanti al semplice fatto che i venezuelani possano eliminare i limiti alla rielezione dei loro rappresentanti, esattamente come succede in diciassette paesi dell'Unione Europea.

Non posso giungere a una conclusione diversa da quella esposta in diverse occasioni dai professori Carlos Fernández Liria e Luis Alegre: nel corso della storia, per democrazia si è inteso il periodo durante il quale il Governo di un paese era in mano alla destra e, quando la vera sinistra andava al potere, la si rovesciava con qualsiasi mezzo illecito (colpo di Stato, guerra civile, assassinio, embargo, destabilizzazione) per aprire una parentesi dittatoriale nella quale si smantellava questa sinistra per poi tornare in seguito a una “democrazia adeguata” con la destra al potere. Il Venezuela rappresenta uno dei rari casi in cui non si è riusciti a far funzionare questo meccanismo, di qui la disperazione.

Ciascuno è libero di condividere o no l'ideologia e il programma di Hugo Chávez, ma la differenza tra democratici e non democratici sta nell'accettarlo e nel rispettarlo per quello che è, che è quello che vogliono i venezuelani.

Pascual Serrano è stato osservatore internazionale al referendum del 15 febbraio in Venezuela.


 


Originale: Aceptar a Chávez 

Disegno: Mikel Casal

Articolo originale pubblicato il 18/2/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

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AL SUD DELLA FRONTIERA: 19/02/2009

 
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